La Tamoil nel 2001: inquinamento circoscritto. Fuoriuscita improbabile

Così si legge nella lettera di autodenuncia. Dito puntato contro 12 vecchi pozzi risalenti agli anni ‘50 e mai sigillati a regola d’arte.

 

Ogni giorno che passa il tasso di inquinamento della falda idri­ca di Cremona diventa sempre più grave, molto più grave di quello che si sospettava all’inizio. Come ab­biamo avuto modo di scrivere nelle ultime due settimane, è stata proprio la Tamoil, nel 2000, ad approfittare di un Decreto ministeriale del 1999 (il n° 471), che consentiva di fare una ‘denuncia volontaria” e quindi spianare la strada alla bonifica che, per quanto riguarda l’area della raffineria, richie­derà non meno di dieci anni di inter­venti e che, per la messa in sicurezza della falda, avrà invece bisogno di sei o otto mesi.

Ma quello che fino ad oggi non si sapeva e che La Cronaca ha scoperto in queste ore è che nella lettera di au­todenuncia presentata dalla Tamoil per avviare la procedura di bonifica la società prefigurava un livello d’inqui­namento piuttosto limitato. Una valu­tazione che faceva riferimento all’in­dagine commissionata da Tamoil alla Urs Dames & Moore le cui analisi non lasciavano trasparire una situa­zione grave come poi l’Arpa ha accertato in seguito.

Nella lettera si legge testualmente: <<La contaminazione rilevata nel sot­tosuolo del sito appare nelle sue linee -generali circoscritta all’interno del perimetro della raffineria. Migrazione di inquinanti all’esterno della pro­prietà Tamoil Raffinazione Spa appare improbabile che avvenga nel settore sud ovest dello stabilimento (per in­tenderci, proprio verso le canottieri, ndr), per la presenza dell’effetto di contenimento della barriera imper­meabile dell’argine maestro”. Quel fa­moso “taglione” che doveva rappre­sentare un limite invalicabile per le sostanze inquinanti e che poi, invece, si è rivelato fessurato e quindi per­meabile in più punti.

All’epoca dell’avvio della macchina amministrativa che doveva spalancare la strada alla bonifica, quindi nel 2001, si era deciso di realizzare un certo numero di perforazioni del ter­reno fino a circa 3/4 metri di profon­dità al di sotto della faglia freatica per definire l’estensione della contamina­zioni. Contestualmente, si era deciso di realizzare una decina di pozzi pres­so le pensiline per il carico degli idro­carburi, l’impianto di trattamento delle acque, la recinzione orientale fuori dallo stabilimento lungo il Po.

Complessivamente, dunque, si trat­tava di cinque pozzi interni e cinque esterni, a circa dieci metri di profon­dità. Come noto, poi, le indagini hanno ravvisato che l’inquinamento si era propagato ben oltre le previsioni ini­ziali. A tal punto che, arrivati al giu­gno 2007, i pozzi realizzati sono stati oltre 50. E siamo al mese di luglio, quando il caso dell’inquinamento del­la falda è esploso in tutta la sua evi­denza. Ad oggi l’Arpa è arrivata fino a 70 metri di profondità, trovando tracce di idrocarburi. L’agenzia Regiona1e per la Protezione dell’Ambiente, dun­que, dovrà spingersi ben oltre, cioè fi­no a quando non troverà più tracce d’inquinamento. Ecco perché sono in via di progettazione altri due pozzi che avranno una profondità superiore ai 70 metri. Dove si trova la prima consistente barriera d’argilla che rap­presenta una prima significativa dife­sa contro la contaminazione.

Ma sulla vicenda dell’inquinamento della falda, che è ormai diventato un caso politico anche in Regione, La Cronaca è in grado di squarciare un al­tro velo e di fare dunque ancora un po’ di chiarezza laddove la chiarezza è stato proprio uno dei requisiti fonda­mentali che è venuto a mancare.

Come mai, se fino al 1999 le indagi­ni sulla falda avevano dato esito nega­tivo riguardo alla presenza di idrocarburi, dal 2001, quando è partita l’auto­denuncia e si e dunque avviata la procedura per la bonifica, ci si è tro­vati di fronte ad una situazione così grave? La spiegazione, forse, risiede nell’esistenza, all’interno dell’area do­ve sorge la raffineria, di dodici pozzi di approvvigionamento dell’acqua per uso industriale che risalgono addirit­tura agli anni ‘50. Quando, cioè, la raffineria non era in mano alla Tamoil (che subentrò nel 1986). II guaio è che di questi 12 pozzi, che arrivano fino a 100/110 metri di profondità, solo due sono stati fisicamente trovati e quindi potranno essere “sterilizzati” e di­smessi a regola d’arte ora che la boni­fica è partita. Gli altri dieci, invece, sono stati individuati solo a livello cartografico. Ma, fisicamente, non si sa dove siano e il sospetto è che possa­no trovarsi sotto impianti della raffi­neria realizzati in seguito.

Ma c’è di più: l’altro allarmante so­spetto è che questi pozzi, all’epoca, non siano stati dismessi a regola d’ar­te, e quindi sigillati in modo da impe­dire che le sostanze inquinanti potes­sero propagarsi sfruttando proprio quel canale che andava in profondità per 100 metri. E che proprio per que­sta ragione, dal 1999 al 2001 quando Tamoil si è autodenunciata, fino al 2007, quando l’Arpa ha presentato il suo ultimo rapporto, il tasso di inqui­namento sia risultato molto più grave di quel che si pensava all’inizio.

In pratica, questi vecchi pozzi mai dismessi in modo adeguato e sopra i quali sono stati poi costruiti altri im­pianti, avrebbero veicolato gli idro­carburi nella falda causando il disa­stro che oggi è sotto gli occhi di tutti.

Ma se questa può essere una spiega­zione plausibile, ora il guaio è come riuscire a risolvere il problema. Sicu­ramente un rompicapo per tecnici ed ingegneri che per dieci anni saranno alle prese con una complicatissima operazione di bonifica.

Alessandro Rossi

 

(La Cronaca, 21/07/2007)

Un Commento

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